Il 30 settembre scorso nello Stato del Tennessee si è proceduto a eseguire la condanna a morte di Christa Gail Pike mediante iniezione letale. Dopo la somministrazione di due dosi di pentobarbital, Christa era ancora in vita ed è stata trasferita in ospedale. Il Tennessee Department of Correction ha dichiarato di aver seguito tutti i passaggi previsti dal protocollo e che, una volta completate le procedure previste, il protocollo stesso non consentiva ulteriori interventi. Nei giorni successivi, i suoi avvocati hanno riferito che Christa si trovava in condizioni critiche, incosciente e sottoposta a ventilazione meccanica. In un emergency motion diretto alla conservazione delle prove relative all’esecuzione, hanno inoltre sostenuto che entrambe le braccia presentassero gonfiore, ustioni e vesciche e che vi fossero stati seri problemi con gli accessi endovenosi. Queste circostanze, mentre si scrive, provengono in parte dalle allegazioni della difesa e non sono state oggetto (per il momento) di accertamento a opera dell’autorità giudiziaria. Non è dei risvolti che sul piano umano sono indotti da questa triste vicenda né delle rinnovate polemiche che accompagnano da sempre l’esecuzione di una pena capitale che intendiamo occuparci in questa sede. Ci terremo soltanto ai profili strettamente giuridici, considerando come il caso in esame abbia assunto negli USA una notevole risonanza in ambito giuridico perché induce immediatamente a chiedersi: il Tennessee è legittimato o no a tentare di giustiziare di nuovo Christa? A ben vedere, peraltro, ci si deve porre pregiudizialmente un’altra domanda: quanto dolore può costituzionalmente infliggere lo Stato nell’esecuzione di una condanna a morte? Il problema è capire, cioè, quando quella sofferenza smetta di essere una conseguenza dell’esecuzione e diventi essa stessa una pena vietata dall’VII° Emendamento della Costituzione USA, a mente del quale, fra l’altro, << (…) shall not be (…) cruel and unusual punishments inflicted>>.
1. Cosa vieta realmente l’Ottavo Emendamento?
Il divieto imposto dall’Eighth Amendment – è bene chiarirlo subito – non significa che un’esecuzione capitale sia illegittima solo perché provoca dolore. La Supreme Court non considera la pena di morte di per sé contraria all’Ottavo Emendamento e ha espressamente affermato che la Costituzione non garantisce al condannato una morte completamente indolore (Bucklew v. Precythe, 587 U.S. 119, 132–33 (2019)).
La distinzione fondamentale è più sottile.
Già alla fine dell’Ottocento, la Corte ha avuto modo di distinguere la semplice estinzione della vita da una pena che comportasse “torture or a lingering death”, cioè qualcosa di inumano e ulteriore rispetto alla morte stessa (v. In re Kemmler, 136 U.S. 436, 447 (1890)). La moderna giurisprudenza sulle modalità di esecuzione riprende lo stesso principio. In Bucklew, la Corte ha ricostruito il significato storico dell’Ottavo Emendamento osservando che esso proibiva quei metodi che intensificavano la pena capitale aggiungendo “superadding”, “terror, pain, or disgrace” alla morte (Bucklew, 587 U.S. at 133–134). È importante capire cosa significa. Una death sentence, certamente, autorizza lo Stato a provocare la morte del condannato, ma, al tempo stesso, non gli attribuisce affatto un potere illimitato sulla sofferenza attraverso cui quella morte viene prodotta. Peraltro, il livello della garanzia costituzionale che è enunciata nell’Ottavo Emendamento si presenta un livello molto alto. In Baze v. Rees, la Supreme Court ha stabilito che il rischio derivante da un metodo di esecuzione deve essere sostanziale e oggettivamente intollerabile. Non basta dimostrare che qualcosa possa andare storto. La Corte ha anzi precisato che un “isolated mishap”, per quanto grave o deplorevole, non costituisce da solo una violazione dell’Ottavo Emendamento (Baze v. Rees, 553 U.S. 35, 50 (2008)). Il framework delineato in Baze è stato poi confermato in Glossip v. Gross e ulteriormente precisato in Bucklew. Chi contesta un metodo di esecuzione perché comporterebbe un rischio incostituzionale di dolore deve normalmente indicare anche un metodo alternativo “feasible, readily implemented” che riduca significativamente quel rischio e che lo Stato abbia rifiutato senza una legittima ragione penologica (Glossip v. Gross, 576 U.S. 863, 877–78 (2015); Bucklew, 587 U.S. § 134–135). Il giudice federale, in altre parole, non deve scegliere il modo migliore o più umano di eseguire una condanna. L’Eighth Amendment stabilisce un limite costituzionale, non uno standard di “best practice” (Baze, 553 U.S. § 51). Questo spiega perché un’esecuzione fallita, anche in modo drammatico, non sia automaticamente un’esecuzione in contrasto con le garanzie costituzionali.
2. Il problema particolare del caso Pike
Il caso Christa diventa più complesso perché alcuni dei rischi che assumono oggi rilievo erano stati sollevati prima dell’esecuzione. I difensori di Christa avevano presentato, infatti, un as-applied challenge, cioè una contestazione diretta non necessariamente contro la validità generale del protocollo del Tennessee, ma contro la sua applicazione alle sue specifiche condizioni. Tra gli elementi indicati dalla difesa vi erano la thrombocytosis e le caratteristiche dei suoi accessi venosi, che secondo i suoi avvocati aumentavano il rischio di complicazioni e di sofferenza durante l’iniezione letale. Lo Stato contestava che tali circostanze raggiungessero la soglia costituzionale richiesta. La contestazione era arrivata fino alla Supreme Court poco prima dell’esecuzione (v. Petition for Writ of Certiorari at 16–17, Pike v. Tennessee, No. 26-5696 (U.S. filed Sept. 25, 2026)). Questo non significa che ciò che è accaduto il 30 settembre dimostri retroattivamente la fondatezza del precedente claim. Prima dell’esecuzione il problema era necessariamente prospettico: quanto era probabile che il protocollo producesse un rischio costituzionalmente intollerabile? Dopo l’esecuzione esiste però un fatto nuovo: il rischio può essere confrontato con ciò che è realmente accaduto. Le due possibili letture sono molto diverse. Per lo Stato, Baze offre una risposta importante. Anche un errore grave nell’accesso endovenoso potrebbe essere qualificato come un “isolated mishap”. Il fatto che una procedura abbia avuto un risultato eccezionalmente negativo non dimostra, da solo, che il metodo utilizzato presentasse un rischio costituzionalmente intollerabile. L’Ottavo Emendamento non è una forma di “strict liability” per le esecuzioni che vanno male. La posizione opposta partirebbe invece dalla natura e dalla durata della sofferenza effettivamente inflitta. Se gli accertamenti dimostrassero che il pentobarbital non è stato correttamente immesso nel sistema vascolare, che Pike ha subito una sofferenza grave e protratta e che le complicazioni corrispondevano proprio a rischi individualizzati prospettati prima dell’esecuzione, diventerebbe necessario chiedersi se sia ancora sufficiente parlare di “isolated mishap”. È qui che il concetto di superadded pain assume importanza. La domanda non è se quanto accaduto a Pike possa essere definito “tortura” nel linguaggio comune. Questa sarebbe una conclusione, non un’analisi. La domanda costituzionale è se la sofferenza concretamente inflitta sia rimasta entro ciò che l’Ottavo Emendamento tollera nell’esecuzione di una death sentence oppure sia diventata qualcosa di ulteriore rispetto alla pena che lo Stato era autorizzato a eseguire.
3. Se Pike morisse, esisterebbe ancora un problema costituzionale?
Sì, almeno in astratto. La sopravvivenza rende il caso eccezionale, ma non è necessariamente ciò che crea l’eventuale violazione dell’Ottavo Emendamento. Se Pike dovesse morire per le conseguenze della procedura, non avrebbe più senso discutere di una seconda esecuzione. Resterebbe però distinta la domanda relativa alla prima: se il modo attraverso cui lo Stato ha prodotto la morte abbia oltrepassato il limite costituzionale sulla sofferenza che può essere inflitta nell’esecuzione della pena. Il punto è importante. La morte è il risultato autorizzato dalla sentence. Non ne consegue che qualsiasi percorso attraverso cui quella morte venga provocata sia costituzionalmente equivalente. Se la morte intervenisse soltanto dopo il fallimento della procedura, gravi complicazioni e un periodo di trattamento medico, occorrerebbe stabilire se quella sequenza possa essere considerata nel suo complesso l’esecuzione della pena oppure se, prima che la morte intervenisse, fosse già stata inflitta una sofferenza eccedente i limiti dell’Ottavo Emendamento. See In re Kemmler, 136 U.S. 436, 447 (1890); Bucklew v. Precythe, 587 U.S. 119, 133–34 (2019). La morte di Pike non comporterebbe necessariamente neppure la scomparsa di un eventuale claim già maturato. La distinzione, tecnicamente, non è semplicemente se i familiari abbiano “standing”. In un’azione ai sensi di 42 U.S.C. § 1983, la sopravvivenza del federal civil-rights claim viene generalmente determinata, attraverso 42 U.S.C. § 1988, facendo riferimento alla “applicable state survival law”, purché questa non sia incompatibile con il diritto federale. Robertson v. Wegmann, 436 U.S. 584, 589–90, 594 (1978). La legge del Tennessee prevede che le azioni derivanti da wrongful acts generalmente non si estinguano con la morte della persona lesa e disciplina chi possa proseguirle. Tenn. Code Ann. §§ 20-5-102, -106. Se la morte fosse causalmente riconducibile alle complicazioni dell’esecuzione, il problema assumerebbe un rilievo ancora maggiore: non si tratterebbe soltanto della sopravvivenza di un claim maturato prima della morte, ma di valutare una possibile constitutional injurycollegata alla stessa sequenza di eventi che avrebbe prodotto la morte. Se invece Pike sopravvivesse, al problema della prima esecuzione se ne aggiungerebbe uno nuovo: lo Stato potrebbe tentare una seconda volta?
4. Resweber: si può essere giustiziati una seconda volta?
La Supreme Court ha affrontato una situazione simile quasi ottant’anni fa. Nel 1946 Willie Francis, condannato a morte in Louisiana, venne assicurato alla sedia elettrica e sottoposto alla corrente necessaria all’esecuzione. La procedura fallì e Francis sopravvisse. La Louisiana fissò una seconda esecuzione. In Louisiana ex rel. Francis v. Resweber, la Supreme Court ritenne che un secondo tentativo non violasse, per quel solo fatto, la Costituzione. 329 U.S. 459, 463–64 (1947). La ragione è importante quanto il risultato. La Corte partì dal presupposto che i funzionari avessero agito “in a careful and humane manner” e qualificò quanto accaduto come un accidente: “Accidents happen for which no man is to blame.” Id. at 462. Non ritenne quindi che il primo tentativo avesse già costituito “cruel and unusual punishment”. Resweber rende difficile sostenere una regola secondo cui la semplice sopravvivenza estingua il potere dello Stato di eseguire la condanna. La Supreme Court ha inoltre richiamato proprio Resweber in Baze come esempio del principio secondo cui un incidente isolato non determina automaticamente una violazione dell’Ottavo Emendamento. Baze, 553 U.S. at 50. Il caso Pike, tuttavia, permette di formulare una domanda leggermente diversa da quella risolta in Resweber: cosa accadrebbe se un giudice stabilisse che il primo tentativo non è stato un semplice incidente, ma ha già inflitto una pena costituzionalmente proibita?
5. Se il primo tentativo violasse l’Ottavo Emendamento
Da qui in poi si entra in un territorio molto meno definito dalla Supreme Court. Una soluzione sarebbe distinguere la condanna dal metodo utilizzato per eseguirla. Se la death sentence rimane valida, una violazione dell’Ottavo Emendamento relativa al primo metodo non dovrebbe necessariamente impedire allo Stato di eseguire la stessa condanna in futuro con modalità costituzionali. In questa prospettiva, il rimedio riguarderebbe il metodo, non la validità della pena. Esiste però un’altra possibile lettura. Se un court accertasse che il primo tentativo ha già inflitto a Pike una sofferenza qualificabile come punishmentcostituzionalmente eccessivo, una seconda esecuzione non partirebbe da zero. Lo Stato avrebbe già inflitto, nel tentativo di eseguire quella stessa sentence, qualcosa che l’Ottavo Emendamento non consentiva. Il problema diventerebbe allora se un nuovo tentativo rappresenti semplicemente il completamento della condanna originaria oppure costituisca ulteriore punishment aggiunto a una constitutional injury già consumata. Non risulta una decisione della Supreme Court che riconosca, sulla base di questa teoria, un diritto generale a non essere più giustiziati. Ma Resweber non risolve perfettamente neppure l’ipotesi opposta, perché quella decisione partiva proprio dall’assenza di una precedente violazione costituzionale. È probabilmente questo lo snodo più interessante del caso Pike: prima di chiedersi quale debba essere il rimedio, bisogna stabilire che cosa, costituzionalmente, sia già accaduto.
6. Come arriverebbe il caso davanti a un giudice federale?
Nel sistema americano anche il procedural vehicle conta. Una contestazione delle modalità di esecuzione viene normalmente proposta attraverso un’azione per la tutela dei diritti costituzionali ai sensi di 42 U.S.C. § 1983. La Supreme Court ha confermato questa possibilità in Nance v. Ward, 597 U.S. 159, 167–69 (2022), quando il prisoner contesta il metodo ma lascia allo Stato un’altra possibilità legale di eseguire la condanna. Se Pike chiedesse invece di impedire qualsiasi nuova esecuzione, la questione potrebbe avvicinarsi all’habeas corpus, disciplinato in questo contesto da 28 U.S.C. § 2254. Qui sorgerebbe però un altro ostacolo: l’AEDPA limita fortemente le successive habeas petitions attraverso 28 U.S.C. § 2244(b). Un possibile argomento deriverebbe da Panetti v. Quarterman, 551 U.S. 930, 943–47 (2007), dove la Supreme Courtha riconosciuto, in un diverso contesto, che una petition presentata successivamente non è necessariamente “second or successive” quando il constitutional claim diventa ripe solo in un momento successivo. L’analogia non risolve il problema di Pike. Spiega però perché la procedura potrebbe diventare parte sostanziale della controversia: un eventuale claim fondato su ciò che è accaduto il 30 settembre non avrebbe potuto essere presentato prima che il 30 settembre accadesse.
7. Dove lascia tutto questo il caso Pike?
L’Ottavo Emendamento non rende incostituzionale un’esecuzione semplicemente perché è dolorosa. Non rende automaticamente incostituzionale neppure un’esecuzione che fallisce. Baze, Glossip e Bucklew fissano una soglia elevata, mentre Resweber dimostra che la sopravvivenza del condannato non impedisce, da sola, un secondo tentativo. Il caso Pike diventa più difficile se si modifica una sola premessa. Se quanto accaduto il 30 settembre venisse considerato un incidente, Resweber fornisce un precedente importante a favore della possibilità di procedere nuovamente. Se invece un giudice stabilisse che la sofferenza già inflitta ha oltrepassato la soglia dell’Ottavo Emendamento, la domanda cambierebbe. Non sarebbe più soltanto quale metodo il Tennessee possa utilizzare in futuro, ma se una nuova esecuzione possa essere considerata il semplice completamento della pena originaria oppure ulteriore punishment dopo che lo Stato ha già inflitto una sofferenza costituzionalmente vietata. Se Pike morisse, questo secondo problema scomparirebbe, ma un eventuale claim relativo alla prima procedura non necessariamente si estinguerebbe con lei. Se sopravvivesse, entrambi i problemi rimarrebbero aperti. Il punto non è quindi stabilire oggi che l’esecuzione di Christa sia stata incostituzionale. I fatti necessari a una simile conclusione sono ancora in corso di accertamento. Il caso mostra però con particolare chiarezza come funziona il limite posto dall’Ottavo Emendamento: il fatto che lo Stato abbia il potere costituzionale di provocare la morte non risponde automaticamente alla diversa domanda su quale sofferenza possa infliggere nel tentativo di provocarla.

